Il lettore ideale del mio blog sei tu!

Ho aperto questo blog nel lontano 2013, quasi subito dopo il diploma.

Inizialmente raccontavo stralci di pensieri e delle mie giornate strapiene di lavoro ma anche di sogni, di libri e di caffè con amiche a cui raccontare di giorno in giorno gli accadimenti più interessanti.

Mi sono accorta di aver tralasciato, per quanto possa essere incredibile, una buona e giusta presentazione: in questi anni Giorni di Plastica è stato sul punto di chiudere diverse volte, ma anziché optare per questa dolorosa opzione ho cercato di rimboccarmi le maniche e di vestirlo con un abito nuovo, tutte le volte. Toglievo la mise da diario tragicomico e lo vestivo da contenitore più serio e diretto di emozioni e confidenze, poi quando mi andava gli aggiungevo un cappotto di recensioni, di libri e di film, di poesie e canzoni. In sette anni ho parlato di artisti, della loro influenza, ho parlato di film e della loro scenografia, degli attori e dei personaggi protagonisti, ma anche e soprattutto ho lasciato trasparire la mia idea mantenendo una dose di obiettività nel resto dell’articolo.

Adoro quando nei direct su Instagram mi arrivano dei messaggi dove mi fanno i complimenti per l’ironia, che ha sempre voluto essere un tratto distintivo del blog. Quando questo viene notato capisco che qualche traguardo l’ho raggiunto nonostante i periodi inattività e il cambiamento repentino di argomenti, e che molti lettori si sono affezionati al mio personal brand e non mi leggevano soltanto per sapere qualcosa in più su Tristano e Isotta, Lana Del Rey o compagnia cantante.

Adoro quando la mattina dopo aver studiato -sì, sono una paladina dei fuori corso- mi metto al pc a cercare materiale per un articolo, lo scrivo e lo rileggo mille volte prima di pubblicarlo perché sono puntigliosa e temo di sbagliare, di ricevere commenti negativi come tutti coloro che si affacciano alla scrittura non privata. Adoro cercare le foto da abbinare ai testi e sono scrupolosa nella pubblicità, mai pagata. Non ho mai sponsorizzato un solo articolo in 7 anni, mi sono sempre affidata al traffico organico e questo mi ha notevolmente penalizzata specialmente quando, con il sopravvento dei social, i blog sono entrati in crisi.

Oggi sono qui al pc per raccontare quale mise sta per vestire Giorni, come lo chiamo io. Finalmente mi sento pronta per parlare delle cose che mi piacciono, mi tolgo insomma la maschera e ammetto di avere anche io un lato devoto alla skincare, alle serie tv, ai vestiti e sono una lettrice ossessionata di Cosmopolitan, Vogue e AD. Infatti è proprio questa la piega che prenderà il blog: conto di riuscire entro metà dicembre ad avviare una buona campagna marketing che permetta maggiore traffico in queste pagine, dedicate da quel momento in poi a fare da vetrina a 3-4 argomenti diversi. Cercherò di trovare un comune denominatore tra design, moda, comunicazione ma non mancherà un post settimanale classico, ossia riflessivo-personale.

IL LETTORE IDEALE DI GIORNI DI PLASTICA- Il mio blog non ha preferenze, sia che tu abbia tra le mani un manuale di storia della terza superiore o che abbia spento 80 candeline sei il benvenuto. Ma è giusto avere un target principale, perché sono comunque un’appassionata anche di marketing.
Giorni di Plastica è pensato per te che sei un’amante del bello, ti piacciono quelle bacheche di Pinterest e i feed di Instagram ordinati, perfetti e patinati come le riviste a cui ti abboni puntualmente, ma non sei superficiale. Basta etichette! Leggi riviste di moda e forse guardi anche alcuni programmi in televisione definiti trash, ma vogliamo parlare della tua collezione di classici sullo scaffale?

Possiamo essere chi vogliamo senza escludere nessuna delle nostre passioni se davvero lo vogliamo: dobbiamo motivarci, è una lotta quotidiana, ma ne vale la pena.

Indossare l’armatura è un gioco divertente quando la vittoria ti porta ad essere sincero con te stesso, sorridente davanti allo specchio e soddisfatto.

Vinciamo insieme, ti aspetto nelle mie pagine!

Perchè dovremmo andare a Parigi con Emily Cooper

Il motivo è semplice e probabilmente scontato: attualmente, è il metodo più sicuro che abbiamo per rivedere la Tour Eiffel, assaggiare del pain au chocolat e provare dei meravigliosi Chanel. Senza spendere un centesimo! Ok, forse questo non è vero, poichè bisogna essere abbonati a Netflix per usufruire di questo piccolo quadro su Francia-America, dieci puntate da circa quaranta minuti che vi faranno sorridere nonostante quanto si trovi da leggere a riguardo online. “Emily In Paris”, la nuova serie Netflix ideata da Darren Star (vi dicono niente Sex and the city, Melrose Place, Beverly Hills 90210?) infatti è stata criticata moltissimo. Thomas Sotinel, critico di “Le Monde” ha parlato di hate watching: infatti a confronto con l’atteggiamento della giovane social media strategist Emily Cooper, finita a Parigi da Chicago per sostituire una collega nell’agenzia pubblicitaria Savoir, ci ritroviamo dei francesi dipinti come procrastinatori convinti, ritardatari sul lavoro e pieni di sé tanto da non lasciare il minimo spazio alle idee, tra l’altro ottime, della ragazza americana. Ingredienti: flirt e relazioni q.b., sulla scia della newyorkese Carrie Bradshaw, di cui Emily (una straordinaria Lily Collins da seguire obbligatoriamente su Instagram) ricorda particolarmente look ed espressioni; lavoro, perchè di lavoro se ne parla moltissimo e in chiave moderna, infatti la giovane non incarna l’ormai obsoleta figura della scrittrice da casa ma è tutto avvolto dall’attuale nube rosa di tecnologia, si parla di followers e like, condivisioni e engagement, strategie di marketing ed esperienza utente: una passeggiata con Emily e sarete già dei piccoli social media manager in erba; moda, perchè non si smette mai di contare le borsette Chanel della protagonista, e qui si apre un’altra critica inerente l’impossibilità di una collega reale di Emily a potersi permettere tutto ciò. Rispondo io, brevemente: si tratta di un film, in piena epoca Covid, dove abbiamo tutti bisogno di leggerezza, di immedesimarci in un personaggio fortunato e felice a cui accadono anche cose belle, non soltanto lo stare sul divano a riportare su un blocco i dati della pandemia. Il momento che stiamo vivendo è tragico: Emily interrompe il tutto per quaranta minuti, trasportandoci in un mondo che è il mix di tante serie fortunatissime ma ha anche un inosservato tocco de “Il diavolo veste Prada”, e se non sapete di cosa parlo avviate il primo episodio e fate la conoscenza della perfida Sylvie, la reincarnazione europea di Miranda. Pensateci: io personalmente lo ammetto, ovviamente vorrei essere la stessa Emily che sorseggia un buon bicchiere di vino francese lavorando al suo Mac, in un cafè trendy ed elegante, lontano dai milioni di problemi di ogni giorno. Quasi quasi la riguardo… Vi lascio i link di alcuni articoli interessanti sulla serie: https://www.mediaesipario.it/index.php/media2020/1728-emily-in-paris-o-emily-nel-paese-delle-meraviglie-la-risposta-su-netflix https://www.vogue.it/news/article/emily-in-paris-luoghi-parigi-serie-tv-netflix

Emily in Paris: la serie Netflix che ha fatto infuriare i francesi

Come si inizia a scrivere un libro p.1

perchèscrivere

Mi vengono sovente poste alcune domande inerenti la scrittura, specialmente dopo il corso che ho tenuto lo scorso inverno oserei dire che si sono triplicate (ringrazio chi ha acquistato il mio libro, ancora oggi mi sorprendo sempre quando ricevo foto di quelle pagine a cui ho lavorato per anni interi) e mi piacerebbe rispondere a queste in un articolo breve ma abbastanza preciso. Ad ogni modo è sempre possibile farmene di nuove su Instagram o in altri modi, insomma come ritenete più comodo.

Perchè scrivi?- questa domanda in realtà mi è stata fatta poche volte, ma mi è necessario ricollegarmi ad essa per spiegare gli altri relativi concetti che sono puramente conseguenti. La ragione pura e semplice di chi sente l’esigenza di scrivere è fine a tale stato: scrivere diventa un’esigenza, e spesso neppure si sapeva di averla. Io ho iniziato a scrivere a nemmeno tredici anni, e se oggi il mio nome compare in numerose antologie ho solo da ringraziare la mia professoressa di lettere delle medie che ci ha spinti ad approcciarci alla poesia, componendo testi che esprimevano talvolta il disagio della nostra allora adolescenza, altre volte la freschezza di quella gioventù che avremmo rimpianto dopo poco. Infine, tentativi di applicare le regole studiate sui libri e che tanto facevano scena tra le righe dei grandi autori italiani.
Io credo di scrivere soprattutto perchè mi serve, mi fa stare bene, ma anche per lasciare dal mio piccolo un segno, un qualcosa in questo mondo. Per raccontare pezzi di giorni e sorrisi che a voce non hanno la medesima magia. O almeno, ci provo!

Come faccio a scrivere un libro?- non è una domanda semplice a cui rispondere, e spiego il motivo: dal momento che ci si chiede questo, molto probabilmente non si ha granchè da dire, perchè di solito a questa segue la domanda “ma cosa devo scrivere di preciso?” e allora non c’è molto da aggiungere. Come sosteneva un famoso autore, si deve scrivere non perchè si vuole dire qualcosa, ma perchè si ha qualcosa da dire. Nel 99% dei casi i romanzi che leggiamo sono frutto della rielaborazione di un evento o di una sensazione ed è questa che si vuole trasmettere ad eventuali e futuri lettori. Quando ha scritto quello che è diventato il soggetto del film Amabili Resti, con Rachel Weisz, la scrittrice Alice Sebold si stava ispirando alla propria esperienza di stupro avvenuta anni prima, e da una oserei dire premurosa elaborazione dell’esperienza è nato quello che è diventato uno dei libri più venduti al mondo.

Come fate a scrivere un libro: innanzitutto dovete avere qualcosa da dire, e nessuna vergogna che vi possa censurare, poichè con la rielaborazione -ne parleremo più in là- potete facilmente occultare dettagli troppo evidenti e divertirvi quasi nel mascherare o nello svelare i tratti della vostra storia che più sentite il bisogno di mettere nero su bianco. Tutto questo non avviene qualora riteniate sufficiente tenere un diario, cosa che comunque io consiglio vivamente a coloro che amano la scrittura ma non sanno come iniziare e temono di non avere nulla da dire. Ci sono molti bestseller nati così!

Dovete, punto su cui non transigo, leggere veramente moltissimo: sarebbe giusto dedicare il giusto tempo al romanzo che avete scelto e magari scriverci una nota su un quaderno, per far venir fuori e coltivare il vostro stile, ma anche e soprattutto per confrontarlo con altri autori -date sempre uno sguardo ad autori emergenti, mi riferisco a quelli con pochi libri all’attivo, vi basterà sbirciare sui vari cataloghi delle case editrici-.
In media un buon lettore supera i 36 libri l’anno (sono 3 libri al mese), ma io non credo molto a questi numeri. Se ne leggete solamente 15 ma tra questi rientrano per esempio Guerra e Pace o Infinite Jest, non credo ci sia assolutamente nulla da rimproverare ma anzi soltanto da elogiare!

Insomma: trovate la vostra unica e speciale ragione per scrivere, ossia quel qualcosa che avete da dire. Poi, leggete chi già ce l’ha fatta: i prossimi potreste essere voi!

⚠️ Nuova rubrica ⚠️ Motiviamoci a vicenda!

C’è una cosa che mi è sempre piaciuta, oltre all’aria condizionata in estate e al panino con le melanzane fritte: raccontare.

Infatti, se a volte ho fatto a meno dell’aria condizionata accontentandomi di un effetto sauna capace di depurarmi dalle scorie del 2007 -del panino con le melanzane fritte non posso di certo dire di averlo mai snobbato, mi dispiace, le mie cellule adipose hanno sempre un forte bisogno di compagnia- non ho mai fatto a meno di scrivere, che nel mio caso, anche mentre scrivevo articoli ironici o recensioni sull’ultimo libro parcheggiato allo scaffale LETTERATURA GIAPPONESE ho sempre raccontato un qualcosa. Un’emozione, un ricordo, un’avventura, un sogno, un sapore o la melodia di una canzone. 

Quando andavo in vacanza avevo sempre con me almeno un foglio di carta da portarmi ovunque e una penna per scrivere quel che la mente mi dettava al momento. Ho scritto poesie di due pagine sulla spiaggia di Orrì e componimenti di poche righe guardando l’alba di Lanusei.

Non ho mai fermato la voglia di raccontare, nemmeno davanti ai drammi che la vita ti serve senza pietà da un giorno all’altro. Nemmeno davanti alle delusioni e alle sconfitte, i rifiuti e i commenti negativi.

Nemmeno davanti ai concorsi truccati

Da tutto questo sta per nascere una nuova rubrica tutta al femminile, ossia un appuntamento settimanale dove dedicherò i miei spazi di scrittura (compresi i social) ad una ragazza che ci racconterà il suo progetto o, magari e perché no, la sua avventura per raggiungere l’obiettivo professionale a cui tanto ha ambito. Questa rubrica mi è venuta in mente diverse settimane, in piena quarantena, parlando con diverse ragazze che avevano iniziato a curare dei profili tematici approfittando di quel momento. Lo avevo reputato decisamente ottimo: non si erano scoraggiate e avevano anzi sfruttato quel tempo in più libero da aperitivi e uscite casuali per creare uno spazio proprio dove condividere passioni e attimi di vita quotidiana, a seconda del tema scelto. Così sono capitata in un coloratissimo catalogo di social media manager con la passione per i vestiti, studentesse di scienze giuridiche ossessionate dalle maschere per i capelli fatte in casa, interpreti che fanno foto bellissime ai loro piatti vegan e aspiranti dottoresse collezioniste di manga.

Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti.

La rubrica partirà a breve e per diventare parte di essa, ossia diventare la protagonista settimanale è sufficiente avere un progetto e la voglia di raccontarlo, ma soprattutto di raccontarsi: io ho già scelto alcune ragazze che contatterò a breve, perché mi sono veramente entusiasmata davanti alle loro incredibili storie e la loro immensa voglia di fare e mettersi in gioco. 

Se anche voi avete una storia da raccontare e un progetto a cui lavorate, una forte aspirazione o un sogno che vi motiva ad alzarvi ogni giorno per realizzarlo nel migliore dei modi, potreste tra qualche settimana essere a vostra volta d’ispirazione per qualcuno. 

A breve i contatti per partecipare. 

Buon fine settimana, e non smettete mai di sognare e fare ciò che più vi piace!

Tempo: ne abbiamo davvero abbastanza?

​L’ultima volta che ho pubblicato un articolo su questo blog stavo preparando l’esame di economia politica e mio padre guardava un film sul divano. 

L’ultima volta che ho pubblicato un articolo su questo blog è stato per dire la mia sul film cult di Dino Risi “Il Sorpasso”, domandando in primis a me stessa se stavo davvero appieno vivendo la mia esistenza, come voleva suggerire il titolo.

La mia risposta a quella domanda si è tramutata in un’altra domanda dopo tre settimane, quando mi sono ritrovata inginocchiata davanti allo stesso divano da cui mio padre aveva guardato telefilm, perché fino a pochi anni fa è così che si chiamavano, film di guerra o storici, documentari o da cui aveva semplicemente riso per uno stupido spot o un programma di satira, quella sana che oggi forse non siamo più capaci di fare senza offendere.

La morte di mio padre mi ha momentaneamente non rallentata ma bloccata: mi ha lasciata in un limbo di giorni brevissimi (era dicembre) ma infiniti, tra strette di mano per educazione e frasi di circostanza, auguri di un Natale che non sarà mai più davvero Natale e quaderni pieni zeppi di esercizi di economia politica lasciati lì a raccogliere polvere per giorni. Settimane. 

Meno di un mese: non erano ancora trascorsi trenta giorni quando ho cercato, da dentro il mio limbo di fotografie studiate a memoria con le lacrime che ne concedevano soltanto una visione appannata, di infilarmi nuovamente dentro la vita, magari senza sgomitare, ma concedendomi una giornata ogni tanto. 

La prima passeggiata al molo è stata come un severo schiaffo in pieno volto, nella sorpresa ambrata della mattina alle sette. Ero stata lì tra quelle barche solo poche settimane prima, per girare un video al paesaggio che sapevo mio padre non avrebbe mai più rivisto, anche se mi raccontavo il contrario, anzi più vedevo che di giorno in giorno le sue mani afferravano con meno forza la tazzina del caffè e più io mi dicevo che bisogna toccare il fondo per risalire più in alto. Come un rimbalzo. 

Mi ero recata lì verso l’ora del tramonto per incastrare in dieci secondi una vita che la malattia gli stava strappando via, ed ero tornata a casa inchinandomi davanti a lui con in mano il telefono. Avevo avviato il video che riprendeva il porto sotto un cielo tra l’arancio e il violetto, che ondeggiava nel suo stesso riflesso appena si scontrava dolcemente con l’acqua salata.

Mio padre aveva guardato il video in silenzio e probabilmente in quell’attimo capì che non ci sarebbe mai tornato di persona. Forse, per fargli del bene, gli ho solo confermato la sua condanna.
Non ho più scritto sino a metà marzo. 

Da lì in poi, dopo economica politica e dopo aver cercato senza risultati di digerire una parte di quel che era successo, mi sono messa a raccogliere materiale per il mio nuovo romanzo. Ho scelto un titolo che è in realtà un anno, senza nemmeno ricordarmi in quell’attimo che avrebbe generato assonanze con un cult, ma vista la diversità globale delle tematiche rispettivamente affrontate, ho scelto di battezzarlo comunque “1982”. Scrivere è una delle poche cose tra le tante che sono capace di fare che mi sa restituire serenità e fiducia in me stessa a prescindere dalla critica che può venire dall’esterno.  

Anzi, direi che è l’unica attività di cui sono io a fidarmi, perché puntualmente mi porta in alto.

Forse è l’opportunità che voglio regalarmi per ricominciare ad esistere, perché se dopo il blocco totale che è seguito a quel “non ce l’ha fatta” del 9 dicembre è seguito un riprendere ma con lentezza, come quando rallenti ad un bivio, l’esperienza vissuta mi ha fatta riflettere sulla scarsità del tempo che ci viene consegnato all’inizio, sin dalla nascita.
Persino 100 anni sembrano pochi quando sai di poter morire a 57, con una figlia che tutto pensa di poter fare da sola e senza voler chiedere l’aiuto di nessuno -sono un’orgogliosa del cazzo- ma che non ha la più pallida idea di come si sopravviva all’ultima buonanotte sussurrata all’orecchio, con la stanchezza al sapore di morfina e le labbra secche, ormai prosciugate dalla speranza di un domani migliore, perché non ci sarà nessun domani. Forse è la concezione di TEMPO che abbiamo ad essere sbagliata.

Forse il tempo che abbiamo anziché misurarlo dovremmo viverlo, spenderlo come si dice qualche volta. Riflettendoci molto probabilmente tutti abbiamo perso del tempo perché sicuri di averne altrettanto davanti da impiegare per fare quella cosa che continuamente rimandiamo. Che sia quella crociera, che sia un abbraccio o un esame di economia politica o di coscienza, un messaggio di scuse o imparare a preparare quel piatto, tutti prendiamo spesso il nostro tempo e lo scambiamo con altro, inconsapevoli che noi del minuto successivo non sappiamo proprio niente.
Non sappiamo proprio niente. 

Stiamo davvero vivendo la nostra esistenza o la stiamo solo continuando a rimandare?

Il Sorpasso: come stiamo vivendo la nostra esistenza?

Tutto è iniziato una sera di qualche settimana fa, quando dopo aver passato ore a correggere una pagina del progetto a cui sto lavorando, aggiungo tristemente DA SECOLI, mi sono ritrovata assonnata ma non troppo, quella fase insomma quando vorresti rilassarti ma non dormire, perché sai che poggiando la testa sul cuscino rimarresti ad arrotolarti sotto le lenzuola sino a sembrare un involtino primavera trapuntato. 

Mi si è accesa la lampadina: guardiamo un film. Tanto se non mi piace lo tolgo, se mi viene sonno lo tolgo uguale ma almeno la faccio finita con questa giornata nuvolosa senza pioggia e costellata di caffeina, compresse per il mal di testa, bozze da correggere e shampoo secco.

Siccome il mio scopo in questa umile e scanzonata vita è anche quello di avere qualcosa da raccontare e perché no anche una discreta cultura che mi permetta di uscire sana e salva da conversazioni con persone di età e culture differenti, ho optato per qualcosa che arricchisse sia il mio bagaglio di esperienze cinematografiche collezionate in testa tra una lettera dell’alfabeto cirillico e la risposta alla domanda MI PARLI DEL FATTO ILLECITO, ho avviato senza indecisione alcuna “Il Sorpasso”, il film di Dino Risi con Vittorio Gassman.

La dicitura capolavoro inizio col permettermi di confermare che gli calza a pennello: non ho amato immensamente soltanto la storia in sé col suo brutale epilogo, qui sfioriamo il cuore dell’estetica, con sfumature di storia e cultura, cenni di classismo, una fotografia nitida e agrodolce dell’Italia spensierata e meno pretenziosa di ormai troppi decenni fa.

Roberto è un ragazzo serioso, molto preso dai suoi studi di legge che porta avanti con una sottile insicurezza, specialmente dopo il casuale incontro con Bruno, che stupito dal silenzio della città romana nel giorno di ferragosto parcheggia la sua Aurelia Spider sotto l’appartamento dello studente, chiedendo la cortesia di poter effettuare una chiamata per avvisare dei conoscenti del suo imminente arrivo.

Per ringraziare lo sconosciuto della telefonata, a cui del resto nessuno ha risposto, Bruno si offre di portare Roberto ad un aperitivo, che diventerà poi un tour di centinaia di chilometri dove avremo l’occasione di conoscere alcuni parenti del timido studente, che nel frattempo continua a interrogarsi, capendo di essere insoddisfatto della sua vita e che l’idea di diventare un giorno come i magistrati che gli descrivono la propria infelice vita non gli va. Bruno riesce a convincerlo a prendere coraggio e a parlare finalmente con Valeria, una ragazza che vive nella palazzina di fronte all’appartamento di Roberto, e dopo aver conosciuto l’ex moglie di Bruno, la bellissima Gianna, compone il numero per rintracciarla presso la pensione dove la ragazza alloggia in quei giorni. 

La maggior parte del film ha per protagonista il viaggio in macchina: non aspettatevi, se ancora non lo avete visto (anche se spero che oltre a Dawson’s creek e The O.C. ci sia stato spazio anche per qualche classico nostrano, visto che si tratta di un cinema che ha fatto la storia con alcuni tra gli attorni manifesto della nostra società e del talento, stavolta mondiale…) una montatura italianizzata di romanzi americani o attraversate epiche sulla Route 66, qui si attraversano le regioni alla ricerca di un pacchetto di sigarette dopo aver adocchiato due ragazze tedesche a cui si cerca di fare la corte con una discrezione insolita, ponendo fine al muto corteggiamento dopo averle seguite sino al cimitero militare, per poi mangiare una zuppa di pesce, pulire la camicia con del talco, dormire in spiaggia prima di una lunga gita in motoscafo per poi vincere una partita da pingpong e ripartire, per tornare a casa dopo i due giorni che Roberto definirà, durante il tragitto finale, i più belli della sua vita. 

Il viaggio in macchina è di un’eleganza teatrale a prescindere dalla sottolineata guida spericolata di Bruno. Se guardato oggi vi è l’occasione soprattutto per i più giovani di affacciarci in un mondo che non esiste più, le famiglie riunite in qualsiasi modo anche solo per un giorno, le macchine piccole, poco veloci, strabordanti di nonne e nipoti che percorrevano chilometri per mangiare fuori nel giorno di ferragosto, tutti insieme. Lo spaccato di un’unità familiare tutta italiana che in quegli anni era enfatizzata da un sorgente benessere, dalla positività delle prime occasioni, dalla bellezza di una città che è il centro del mondo, scopriamo una Roma sempre bella e che parla da sola, raccontata dall’accento di due sconosciuti che in due giorni si trasformano la vita a vicenda. 

Le trattorie del film mi hanno riportato alla mente ricordi di festa, di gioia, della gloria di chi ha poco ma ha la felicità dentro, perché la trova in ciò che ha già senza cercarla in ciò che non ha la certezza di poter ottenere. Roberto sa di essere fortunato perché può studiare e migliorare la propria vita, ma Bruno gli fa aprire gli occhi, lasciandogli percepire che impegnarsi per il proprio futuro non implica obbligatoriamente rinunciare a tutto il resto, ma è umano, giusto, lecito staccare dal dovere per regalarsi la propria fetta di piacere, passando dalle semplici cose: forse è questo insegnamento che sembra avvicinare Roberto ad una crescita che non avrebbe di certo trovato tra i libri di diritto amministrativo, proibendosi di parlare con Valeria, scappando da quel tentativo di fuga dal quotidiano concessogli quasi forzatamente dal suo nuovo amico, che del resto non conoscerà mai neppure il suo cognome. 

“Il Sorpasso” è un film che non ci colpirà il cuore soltanto per il finale che tralascio volontariamente di raccontare -lo so che avete Wikipedia-, ma soprattutto per l’effetto nostalgia. Per chi c’era in quegli anni, è una nostalgia scaturita dal profumo dei cibi preparati con l’amore dei giorni di festa, per mangiare fuori insieme a tutta la famiglia, incastrati nei sedili posteriori di una Fiat 1100, per i più giovani invece una nostalgia di qualcosa che non si ha mai vissuto: l’epoca tipica italiana, un quadro completo in 108 minuti, fatto di auto, strade, pinete vergini, donne belle anche senza filtri e l’orgoglio di vivere.

La straniera: un viaggio dall’America per riflettere. 

Con netto ritardo mi sono finalmente seduta, e solitamente quando sono seduta è perché sto facendo qualcosa che somiglia molto al lavorare, o qualcosa che vorrei fosse il mio lavoro. Ovviamente dopo poco mi alzo e ritorno alla mia vita di drama queen studentessa disperata ma non troppo di amministrazione,  alle mie tazze di tè e alla ricerca di una piastra che non mi renda i capelli più stopposi di quanto già non li abbia resi la natura.
Nelle scorse settimane ho setacciato a lungo le librerie alla ricerca di un gioiello per cui le colorate pagine di Instagram mi hanno fatto venire una grave ossessione, ossia il romanzo “La Straniera”, edito da La Nave di Teseo, frutto della penna scorrevole e precisa di Claudia Durastanti, già autrice di “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” e “ Cleopatra va in prigione”. Inoltre, ho visto su Youtube un suo video inerente il corso online della Scuola Holden sullo spazio protagonista di un ipotetico racconto, che vi consiglio di andare a cercare. Rimarrete stregati dal tono con cui la scrittrice saprà leggervi alcuni estratti, trascinandovi dentro il mondo narrato con la sua inequivocabile abilità. Ho trovate anche diverse interviste, e se volete apprezzare la sua spiegazione sul bellissimo libro di cui sto per parlarvi, trovate persino quelle!
Si inizia col paragonare la storia di una famiglia ad una cartina topografica; ammetto di aver dovuto usare qualche millesimo di percentuale in più delle mie forze cerebrali per digerire la definizione, ma senza temere poiché le prime pagine ci trascinano in un contesto dove rimarremo intrappolati per tutta la lunghezza della storia. La protagonista ci racconta dei suoi genitori non udenti, condizione che non deve trasmetterci un blocco, soprattutto per la visione inconfutabile: nella vita tutti un giorno avremo qualcosa che farà calare le nostre abilità, per malattia o vecchiaia. I suoi genitori, in quel senso, sembravano quasi venire dal futuro, in quanto portatori in anticipo di una casualità che riguarderà ciascuno di noi. Più in là nella storia possiamo osare dire che persino una forte miopia ci porta ad essere parzialmente disabili, e io mi spingo fino all’affermarvi che senza le mie lenti non sarei in grado nemmeno di trovarmi la bocca quando mi lavo i denti. 

Fatto nostro un importante presupposto, il resto della storia, che è frammentata in parti denominate come le sezioni dell’oroscopo (Famiglia, Viaggi, Salute, Lavoro & Denaro, Amore e l’ultimo Di che segno sei) ci porta a interrogarci su cosa significhi essere e sentirsi stranieri. È un qualcosa di limitante? Davvero è necessario spingerci sino a voler imparare qualche parola di dialetto come a volerci integrare ad una realtà differente da quella che l’ha preceduta? O essere stranieri è un vantaggio? Da dove veniamo? La somma di tutte le nostre radici, questo bouquet disordinato di città, dialetti e accenti, piatti e stereotipi, è questo ciò che siamo? 

La protagonista è nata in America ed è cresciuta in Basilicata, dove stando al passo con la madre camminava di paese in paese, cercava di non deludere il fratello più grande e si assentava spesso da scuola per leggere, e i libri sono stati una forma di salvezza ed innamoramento per lei. Ci racconta che a volte sbagliava di proposito ed era notevolmente infastidita dal fatto che spesso la si ritenesse figlia di una donna muta e non sorda. In queste ultime righe mi ritrovo ad abbracciare numerose sensazioni che vengono inevitabilmente percepite durante la lettura: ho sempre avuto un cognome differente da quello degli altri bambini in classe, e puntualmente mi chiedevano quali fossero le mie origini. Molto probabilmente, visto che non lo ricordo, quando avevo sei anni in prima elementare nemmeno lo sapevo quali fossero le mie origini, poiché l’unica cosa che mi interessava davvero era che mio padre mi desse il bacio della buonanotte e guardasse le videocassette dei cartoni animati con me per tutto il giorno, che andassimo al negozio a scegliere il mio regalo di compleanno e che poi mi prendesse in braccio come a difendermi dal mondo quando combinavo qualcosa, ad esempio rompere bicchieri dopo averci giocato tutta la mattina (evidentemente le videocassette non funzionavano) o quando tornavo a casa in lacrime perché i bambini autoctoni non volevano giocare insieme a me. Persino lui forse è sempre stato un po’ straniero: non conta la distanza chilometrica e geografica, forse a volte sei straniero anche soltanto poiché nasci e cresci a qualche metro dal cartello che indica il nome della città dove risiedi. Un’altra sensazione, tralasciando il fatto che alle superiori parlavano in dialetto alle mie compagne di banco pienamente convinte che io fossi albanese nonostante sia sempre vissuta in Sardegna e al massimo le mie origini si spingono sino ad adagiarsi tra Molise, Campania e Sicilia, è che nei primi anni di scuola ho spesso fatto errori di proposito. Ricordo un episodio dove venni chiamata alla lavagna dal maestro di francese che dettava i numeri e voleva li scrivessimo a lettere, e quando mi urlò nell’orecchio neuf (nove) io lo scrissi sbagliato, omettendo la lettera u, giusto per proteggere le mie orecchie dalle solite frasi di disprezzo che hanno spesso gli altri bambini nei confronti di chi reputano diverso, alcuni giorni per il cognome, altre perché è più bravo, altre volte per come è vestito “Oggi Benedetta è venuta a scuola in pigiama” altre perché è semplicemente divertente annientare qualcuno quando si è spalleggiati da altri soggetti.

La straniera va avanti nel racconto descrivendoci la sua adolescenza, i suoi viaggi e le sue esperienze lavorative, il rapporto con i genitori e i primi amori, da quello a cui ripensare con nostalgia quando alla radio partono gli Everything but the Girl, sino a quello che le farà compagnia nel suo trasferirsi a Londra all’età di 27 anni, e vi regalo uno spoiler: all’inizio del capitolo che parla di questa nuova tappa, ho ringraziato la mia professoressa di diritto pubblico comparato, perché senza il suo esame non avrei saputo, purtroppo, chi fosse Mary Wollstonecraft. 

Proseguiamo il viaggio tra le pagine conoscendo anche alcune prospettive che hanno accompagnato la protagonista nella sua vita. Inerente alla sordità dei genitori, l’autrice sa che i genitori non cambieranno mai nel tempo: questo limite fisico però è stato affrontato con incoscienza e libertà e nella prime pagine possiamo riscontrare tutto questo. 

Essere stranieri significa non avere radici o averne in abbondanza? Essere stranieri non può forse essere una cosa da guardare con positività? Possiamo scegliere in libertà a quale ramo del nostro bouquet di radici dare maggior risalto, a quale posto appartenere e in quale sentirci a casa? 

Il libro ci delizia anche di una notevole impronta saggistica: ho conosciuto grazie a queste pagine autori mai menzionati prima nelle mie letture o durante i miei studi, loro aneddoti e curiosità o addirittura verità ignorate e che l’autrice sa spifferarci collegandole agli episodi di questa magica esperienza, una lettura che merita attenzione e la volontà di farci delle domande, di trovare il tempo per rispondere, e di restituirci al contesto dove ci svegliamo, mangiamo, dormiamo quotidianamente con una maggiore consapevolezza su chi siamo, cosa pensiamo di essere e soprattutto quando uscirà il prossimo libro di Claudia Durastanti, perché lo spazio sullo scaffale è già pronto. 
LA STRANIERA- Claudia Durastanti

Ed. La Nave di Teseo, collana OCEANI

Lunatici, forse pigri

Si alternano sempre giorni nei quali ci si sente un completo fallimento ad altri dove come prede di un delirio di onnipotenza ci si sente grandi matematici, abili pittori, struggenti oratori e potenziali economisti in grado di salvare il mondo dal degrado che consumismo, avidità, insoddisfazione hanno pian piano trasformato il nostro mondo in un parco divertimenti dove non tutti possono entrare, e dove se non si seguono scrupolosamente le regole del gioco ci si fa davvero male.

Penso che queste due facce della medaglia appartengano alla maggior parte delle persone che conosco. Giorni dove ci si piace, altri dove non si riesce ad associare quell’ornitorinco allo specchio alla nostra abituale sagoma. Giorni dove la pizza ci piace da morire e ne mangiamo tanta da star male, altri dove nel vano tentativo di perdere quei due centimetri in avanzo sulle rotule ci limitiamo a condire l’insalata con poco sale e limone. Una volta ho provato con lo yogurt, voi non fatelo. 

Io ho fatto -non di certo volontariamente- mia l’abitudine di svegliarmi preda del delirio di onnipotenza nel cuore della notte, ed è il momento dove sono troppo pigra per alzarmi dal letto e buttare giù quella ventina di pagine di romanzo per cui la mia mente sta lavorando, girandone le scene come un rapidissimo regista dotato del miglior cast. E subito dopo penso ai migliori modi per pubblicizzarlo, le strategie di marketing vengono applicate al di là di tutte le nozioni immagazzinate studiando sino alle lacrime. Penso alla mia casa con divani e tappeti dai toni soft, i miei cappotti marroni e panna abbinati ad un cappuccino di soia sorseggiato leggendo Il Sole 24 ore in qualche piccolo bar discreto, uno di quelli dove la barista non ti obbliga ad assaggiare i pancake o il suo donut preferiti, ma ti lascia in pace con il tuo ordine a scorrere con gli occhi tra titoli e foto impressi sulla carta color cipria.

La mattina quando mi sveglio però quella capacità di scrivere le cose che il giorno spegne non la ritrovo, è come un virus che ti si annida dentro quando sei sotto le coperte, e il tuo corpo assimila l’ispirazione senza che tu abbia la voglia di alzarti e accendere il pc perché suvvia, sono le tre del mattino. Mi dimentico di quelle pagine preziose venute in mente e bevo un caffè pessimo preparato con la moka, e l’appartamento dove vivo questo annebbiamento post-alba non ha divani pregiati abbelliti di cuscini tono su tono, e soprattutto fa ancora troppo caldo per indossare uno dei miei cappotti, perché almeno di cappotti ne ho davvero molti, e leggo la mia copia di Marie Claire ascoltando i Dire Straits da un iPod comprato nel 2013 col primo stipendio dopo il diploma.

Siamo lunatici, pieni di speranza, di sogni che facciamo ad occhi aperti e a volte ci tengono svegli. Ci serve molto coraggio per tirarci su dal letto e digerire quella volontà che ci appare nostra soltanto quando ci facciamo scudo dell’impossibilità di metterla in pratica, come quando da casa si conoscono tutte le risposte dei quiz televisivi e si arriva dritti al milione senza l’aiuto da casa, o come quando si guarda un horror a noleggio il sabato sera e si sfornano ipotesi su come vincere sulla furia del bambolotto parlante.

Forse questa comfort zone che tanto ci fa sentire protetti dal mondo esterno è davvero solo una prigione e se non facciamo un passo non avremo mai l’opportunità di fare colazione con un cappotto dai toni neutri e scrivere il romanzo dei sogni su un Mac, adagiati sul divano color tortora.
Spoiler: non era proprio yogurt quello usato sull’insalata, mi piacciono anche i divani color senape ma sempre in palette autunnale, e soprattutto non noleggio un film dal 2015.

La vita è difficile 



Inizierò con la sintetica e banale verità: la vita è difficile perché siamo intelligenti.

Capiamo quando qualcosa sta per andare storto, quando le nostre sole forze non sono sufficienti per raggiungere obiettivi importanti o soddisfacenti, il nostro sesto senso non ci risparmia notti insonni e l’ansia ci fa compagnia durante le azioni quotidiane quando abbiamo brutti presentimenti o davanti alla scarsa percezione di ciò che deriverà da una nostra azione o da eventi esterni al nostro operato.
Il romanzo a cui sto lavorando inizia con una frase ad impatto che non riporterò qui ma che potrete trovare come caption ad una foto su Instagram del profilo @estasi1993: un’illusione a tratti persino masochista, l’uomo del resto è tremendamente ossessionato dal vedere più verde l’erba del proprio vicino, è abile nel coltivare la propria invidia ancor più di quanto non lo sia nello sforzarsi per apportare migliorie alla propria esistenza. Già, è molto più appetibile e comodo stare seduto sulla propria poltrona a ripetersi che il soggetto X si gode la vita senza meritarlo, chissà come ha fatto ad ottenere quel posto in banca, e dopotutto sarà davvero felice con la sua bellissima moglie? Chi lo sa, magari i suoi figli tanto bravi a scuola copiano, non si impegnano e insomma, tutto è loro regalato!

Ma dall’alto della nostra seggiola, siamo disposti qualche volta ad ignorare la causa del benessere altrui e ad alzarci in piedi per cercare di donarcene a sufficienza anche a noi?

Sono la prima a fare una guerra sproporzionata alla sua utilità contro raccomandati e in favore alla ormai utopistica meritocrazia, però mi rendo conto che il tempo impiegato a cuocersi il fegato potrebbe essere impiegato per fare quel corso online di social media marketing che vi porterà il prossimo anno a guadagnare al doppio del vostro tanto odiato soggetto X. 
Non ce ne accorgiamo, ma la vita è difficile perché spendiamo la maggior parte del nostro tempo concentrati sull’ostacolo anziché su un metodo per scavalcarlo e percorrere il resto del nostro cammino, raggiungendo forse vette impensate, forse una vita semplice e modesta ma dove la felicità sarà immensa ancora più di chi abbiamo invidiato, di chi è stato raccomandato per accaparrarsi quel posto di lavoro per cui avete studiato fuori sede cinque o sei anni mangiando pasta fredda alla mensa dopo una fila di tre quarti d’ora. 

La vita è difficile perché è più grande di noi, ci assegna compiti per cui non siamo stati istruiti e impariamo la lezione una volta che ne stiamo uscendo sconfitti, e quelle lacrime tra dieci anni ci aiuteranno a domare altri dolori. La favola non esiste nella realtà, e credetemi se vi dico che anche la persona più invidiata al mondo trascorre almeno qualche attimo di ogni sua giornata a porsi domande di cui non vuole conoscere la risposta, oppure spesso si asciuga le lacrime voltandosi dall’altra parte mentre viaggia in treno diretto verso un nuovo contratto milionario. Forse, l’assenza della famiglia lo sta logorando e il pensiero che tutto quello stress gli potrebbe proibire di godersi i frutti di tanto lavoro e successo non è molto più sano di quello che provate voi perché pesate tre chili di troppo, l’esame di storia contemporanea non è andato come avreste preferito e la vostra amica vi trascura per pensare al suo nuovo ragazzo. Tutti, dal bambino di cinque anni che si sente escluso dai compagni di scuola materna al grande manager che cena un giorno a Milano e una sera a Berlino nei ristoranti stellati più famosi d’Europa, hanno problemi.

Tutti soffrono, tutti mentono e tutti siamo felici, ma a volte siamo troppo impegnati a lamentarci per accorgercene.
Nell’ultimo anno ho saltellato tra un ostacolo e l’altro, a volte cadendo e facendomi veramente molto male ma la variabile più feroce di tutte non ha lasciato scampo ai miei sensi di colpa.

La variabile più feroce è la salute.

Avevo trascorso gli ultimi sei mesi a maledirmi perché non riuscivo a trovare lavoro, e nel frattempo trascorrevo poco tempo con i miei, quel 30 preso all’università non mi suscitava la stessa gioia che avrebbe fatto una telefonata dove mi sarebbe stato proposto di lavorare come telefonista per quattro euro l’ora.

Tuttavia è arrivato il giorno in cui la malattia di una persona abnormemente importante per me ha bussato alla porta, e le giornate in ospedale sono diventate l’incubo da cui non potevi fuggire nemmeno la notte.

In quei pomeriggi tra flebo e parole che spero di non pronunciare mai più mi sono accorta di aver avuto il senso della vita tra le mani per almeno un decennio, ed ero stata capace di visualizzarlo solo lì, nella disperazione. Ero stata felice, avevo avuto tutto, e non me ne ero resa conto.

I viaggi con mio padre in Ogliastra, le nostre poche foto che allora sembravano perfette ma che ora appaiono sfocate, ad una risoluzione che non merita nemmeno tale termine. Spero sempre di salire nuovamente in macchina con lui e di ripercorrere quelle strade piene di panorami mozzafiato e dal profumo di erbe, sale e mare mentre ascoltiamo i Dire Straits. Le camminate con mia madre la mattina presto, lei velocissima e io che non riuscivo a starle dietro ma volevo dimagrire, allora la raggiungevo e poi facevamo la spesa insieme. Ho voglia di rifarlo, magari domani.  I caffè con le mie amiche la mattina dopo la scuola, io forse rimandata in chimica con 5.75 e magari loro promosse nonostante avessi scritto io il loro saggio breve su Pasolini, e a quanti gelati ho rinunciato per non vedere un numero brusco sulla bilancia il giorno dopo. Quanto tempo ho sprecato per essere chi non diventerò, e quanto sono stata felice in quei brevi soggiorni tra Lanusei e Bari Sardo, quelle verdure grigliate non le dimenticherò mai, e quanto mi commuovevo in silenzio guardando la casa che indicava mio padre dicendomi che lui era nato lì, quante volte ho sognato di poterla ricomprare perché quel gioiello di ricordo rimanesse nostro per sempre.
La vita è difficile perché i ricordi sono dolorosi, ancora di più se sono belli e abbiamo la fobia che non torneranno più. La vita è difficile perché l’essere umano si crogiola nell’arrendevolezza. Ci arrendiamo all’idea di non poter fare di più, e che comunque ci vuole una severa quota di fortuna, per giustificare la nostra apatia, la nostra invidia o la nostra negatività.
La vita è difficile, ma io ci credo che un giorno sarò felice e spero di rendermene conto, durante uno di quei viaggi in Ogliastra, quando guardi il mare sbucare dall’alto e babbo rimette la stessa canzone, e non so più se è la terza o la decima volta, perché quando sei felice non conti e non pensi al tempo. La vita diventa incredibilmente semplice.

Motivazione: trovarne una per non rimanere immobilizzati 


Partiamo dal presupposto, che non vuole essere assolutamente elemento di una confutazione azzardata della tesi, che oggi essere motivati è particolarmente difficile e, se vogliamo introdurci nella sfera sociale e psicologica, anche molto “chiassoso”. Forse antipatico. Vediamone le ragioni.

Non avendo cognizione di causa o elementi sufficienti per dare a questo articolo l’aspetto di un saggio sui modelli comportamentali (non penso che di aprire la rubrica ANTROPOLOGIA), stiamo vivendo un periodo di oggettiva crisi ma che i più positivi, e qui sfoggio una riga appena letta dal libro di Paolo Crepet sul mio comodino, la vedranno come un cambiamento. Una transizione. Stiamo andando verso qualcosa di nuovo, che valla a capire cosa sia, per ora non promette niente di buono, insomma, prima l’euro, poi l’inflazione, poi il Governo, la zona franca, le spread, tutte cose di cui io non ho mai capito molto mentre ero una studentessa di scuola superiore decisamente annoiata e sofferente davanti al manuale di economia politica, e soprattutto poco propensa a fare qualcosa di diverso dal bere tè freddo mangiando biscotti al burro sul letto guardando Il Diavolo veste Prada.

Torniamo a noi. ESSERE MOTIVATI, COSA COMPLICATA.

Ci sono diverse ragioni. Non soltanto il momento difficile, sia o meno di cambiamento verso qualcosa di bello (e che palle, io mi sono stufata di aspettare qualcosa di bello, è più o meno dall’ultima puntata di Sailor Moon del 1998 che aspetto qualcosa di bello). Perché, dicevamo, dà fastidio?

A volte siamo troppo concentrati sulle cose brutte per notare quelle belle. 

E spesso, mentre siamo così negativi siamo notevolmente infastiditi nell’ascoltare una persona positiva che ci parla di come ha raggiunto i suoi obiettivi, di come sia fondamentale rimanere focalizzati al fine di ricevere in cambio soddisfazione e risultati. INVIDIA?

Se solo ci sforzassimo un attimo di pensare a come trovare una soluzione anziché a sopportare il problema, saremmo già un passo più vicini alla luce in fondo al tunnel. Ho letto una frase tempo fa: non aspettare che qualcuno ti porti dei fiori, ma coltiva il tuo giardino. Mi piace vedere questo detto nel senso di non aspettare con le mani in mano che i nostri sogni si realizzino da soli, non aspettiamo che le cose cambino restando con le mani in mano. Non possiamo aspettare di vincere alla lotteria senza alzarci dal divano e senza investire quegli spiccioli per comprare un biglietto. Qualsiasi cosa succeda è la conseguenza di un’altra. Dobbiamo essere motivati, trovare la motivazione, e credo che visualizzare il nostro obiettivo possa essere una decente ed esclusiva molla capace di farci volare in alto, per toccare il cielo con un dito mano a mano che i risultati delle nostre azioni ci verranno a bussare alla porta, come risultati di un addizione una volta cliccati i numeri sulla calcolatrice. Volete rimanere inerti nella vostra situazione o cercare di apportare un miglioramento? Ebbene sì, nel 90% dei casi è possibile con l’AZIONE.

La direzione poi, ricordiamoci, è più importante della velocità. I grandi risultati non si ottengono in due giorni. Se mangiamo insalata per tre giorni, non avremmo smaltito il grasso accumulato in dieci anni di pizze al taglio, carbonara, risotto panna e carciofi e spritz e patatine. Avremmo perso sì e no un paio di chili di liquidi, ma il grasso sarà ancora lì.  Essere drastici e frettolosi non porta a grandi risultati. Se invece mangerete la vostra insalata ma dopo un piccolo piatto di bavette con zucchine e pomodorini e stasera del petto di pollo con spinaci e un solo bicchiere di vino allora forse tra qualche mese le vostre cosce saranno definitivamente più snelle. E rimarranno così, perché avrete acquisito delle abitudini.

Sì, dobbiamo abituarci a far diventare la MOTIVAZIONE una potente e irrinunciabile abitudine. Come quella del caffè al mattino. Io ho iniziato da molti anni a berlo, e ormai posso rinunciare a tutto, protezione per lo stomaco compresa (ahimè), ma non alla mia tazzina di caffè. A volte macchiato, magari. Cambiate un pochino la vostra abitudine affinché non vi stanchi mai. Scegliete obiettivi chiari e misurabili, per valutare quanto effettivamente vi stiate avvicinando alla meta, e aggiungete piccole ricompense e carburante durante il vostro percorso. Ma non staccate mai gli occhi dalla cima, state camminando, sarà matematicamente impossibile non arrivarci. Se il faro dista settecento metri e ne percorri tanti, ci arrivi.

Tra dieci anni potreste voltarvi indietro e pensare che il vostro cammino, il vostro arrampicarvi con la paura di cadere, il vostro saltuario perdere la pazienza per poi vincere contro l’ostacolo, il vostro persuadervi con la sola forza del vostro volere qualcosa, beh sono sforzi che sono serviti a portarvi ad un risultato brillante, la realizzazione del vostro sogno.