Schiavi di Roma e pollo fritto 

I preparativi del mio esame vanno avanti lentamente, anzi a dirla tutta lasciano presupporre  una settimana di castigo con la schiena rotta sul manuale cercando di recuperare l’irrecuperabile. 

Mentre sono totalmente nella merda ripeto mentalmente le vicissitudini degli schiavi nella Roma meno recente, alternando al diritto privato romano l’ascolto di qualche cover di musica contemporanea eseguita al pianoforte, un salto su Instagram e un morso al pollo fritto giusto per mandare a monte la prima settimana di dieta che pareva essere in procinto di funzionare. 

Giusto per continuare a fare schifo!

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La febbre del sabato sera 

Gente, vi scrivo dal divano con davanti il libro di diritto romano, strapieno di lemmi sconosciuti al mio quoziente intellettivo e al mio diploma di ragioneria. Sono armata di Vicks Inalante bastoncino nasale che mi permette di affrontare le ore senza morire privata del respiro dall’influenza che sembra non passare (mi chiedo se potrò mai abituarmi a parlare senza pronunciare mai la N o la M) e incazzata perché neanche oggi David Gandy mi ha scritto (non mi sembra il caso di farlo io per prima, sapete, la dignità no?). 

Quando vi lamentate delle file in discoteca, dei cocktail cari come la bolletta della luce in uno showroom di lampadari, del freddo da patire per l’ostinazione a non voler portare le calze color carne  (avete ragione), pensate che c’è di peggio. 

Il mio cocktail del giorno è la Tachifludec gusto limone.

Un caffè veloce?

​”I caffè bevuti di fretta”. Come potrebbero non riportarmi alla mente le nostre veloci mattinate invernali, gennaio di gelo che diventava il tepore dei nostri respiri. E la tazzina sempre troppo calda tra le mani. 

Il domani che ci ostinavamo a disegnare ogni mattina a quel tavolo davanti alla tazzina di caffè bollente, si è squarciato, è morto, ammazzato dai nostri dubbi e dalla nostra prepotenza, dal male del nostro ieri, le nostre cicatrici si sono riaperte e hanno iniziato a sanguinare copiosamente.

E in mezzo al disastro ti amo come facevo quei giorni, con la punta delle labbra sporche di caffè e ubriache di baci.

Fra l’America e il Paradiso c’è di mezzo il mare. E il sapersi umilmente accontentare.

Sei l’America di chi non può viaggiare. E quanto invidio chi ha la gloria di salpare l’oceano e ritrovarsi in America. Chissà cosa si prova. Deve essere bello. E non ho parole per descrivere quale euforia deve ancorarsi alle loro vene, nello stare a te vicine chi se ne frega se per un giorno o un mese o tutta la vita. 

Loro stanno in America nell’averti, io in Paradiso nel solo umile guardarti.

Ho sfidato (pensiero sulla dignità, sulla lotta per il raggiungimento del sogno e sulla guerra agli ostacoli).

Ho sfidato innanzitutto quella cosa che banalmente soprannomino come orgoglio, in realtà è quella maschera appiccicosa che infilo alla paura di essere rifiutata.

In un secondo momento ho sfidato anche ogni più minuscola particella di dignità probabilmente ma di questo che cazzo ce ne frega, vi dirò che essa non la si perde quasi mai nel tentativo di lotta estasiata per raggiungere ciò che più ci sta a cuore. Se questo lo si vede come un sogno, tutto è lecito. Come in amore e in guerra, ammesso che non si tratti di fare una guerra per l’amore. Lì il confine tra lecito e illecito è a discrezione del proprio animo suppongo.

Forse perché la mia guerra è ancora ai preliminari, e sono troppo impegnata a riordinare le armi per pensare alla classificazione degli eventi in conservatori di dignità o contrari ad essi.

Io per te sono invisibile 

E se anche tu non mi notassi mai, forse io ti amerei sempre o meglio amerei sempre, nel pensarlo, quel che avrei costruito con te. Quel che sarebbe stato

Ma tu non mi guardi mai. Mi vedi ma non mi guardi mai.  Muoio nell’assoluta trasparenza che mi affligge ai tuoi occhi. 

E mi do la colpa per non essere quella che tu vorresti vedere un giorno in centro e non smettere mai più di guardare.